Giorgio Griffa
MASSIMODECARLO è lieta di presentare la prima mostra personale del maestro Giorgio Griffa in Asia, negli spazi della galleria di Hong Kong. Concepita come uno sguardo d'insieme su una ricerca lunga più di mezzo secolo, la mostra raccoglie opere dalla fine degli anni Settanta a oggi e riunisce quattro dei tredici cicli che scandiscono il lavoro dell'artista.
Nella pittura di Griffa nessun ciclo si chiude davvero. Ognuno ha una data d'inizio, ma non una data di fine. I cicli convivono, si incrociano, si rispondono, liberi da ogni idea di progresso o di ritorno. Anche i Segni primari, con cui alla fine degli anni Sessanta l'artista ricomincia a dipingere dall'essenziale, restano ancora oggi aperti.
Con i Segni primari Griffa abbandona la figura, libera la tela dal telaio e comincia a dipingere a terra, con acrilici diluiti che il supporto grezzo assorbe. In Due segni (1978), Tre segni (1979) e Verticale (1978) pochi tratti di colore si posano sulla superficie con la pazienza di un gesto ripetuto. L'artista non impone una forma: pone la propria mano al servizio dei colori. Poi fissa l'opera alla parete lungo il bordo superiore e la lascia cadere libera. Le pieghe restano visibili e custodiscono il tempo in cui la tela è stata ripiegata, conservata, di nuovo dispiegata.
Negli anni Ottanta, accanto ai segni, entra il colore disteso del ciclo Segno e campo. È una stagione in cui l'artista si misura apertamente con la grande tradizione della pittura, e in particolare con la lezione di Matisse. Il colore non traccia più soltanto una linea, ma abita una regione della superficie e lascia il resto al silenzio. In Campo giallo (1983) e Campo rosso (1986) i segni si sedimentano in strati che si leggono dall'alto verso il basso, come un racconto di gesti e toni diversi. Negli anni Novanta si apre invece il ciclo Tre linee con arabesco, presente in mostra con Tre linee con arabesco n. 6 (1991): qui la curva si insinua tra le rette, e ogni opera porta un numero progressivo che ne segna il posto nel ciclo.
A quarant'anni di distanza, il campo ritorna nelle tele a cui Griffa lavora oggi. Nei due Campo blu del 2026 l'azzurro si posa sul lino scuro in forme irregolari, attraversate da linee che ondeggiano come acqua. Il rapporto tra segno e spazio è lo stesso, ma lo attraversa un'inquietudine nuova, vicina al Disordine, il ciclo più recente dell'artista. Qui l'ordine si scioglie non per perdersi, ma per generare nuovi equilibri, secondo un moto continuo che Griffa riconosce nella natura stessa dell'universo.
Per l'artista torinese questa prima mostra in Asia è anche un incontro con le radici del proprio pensiero. Intorno al 1950, quando Griffa è ancora un ragazzo, in Italia e in Europa iniziano a circolare i primi libri dedicati alle culture dell'Oriente. Tra questi c'è il saggio dello studioso Daisetz T. Suzuki sullo Zen e la cultura giapponese, a cui seguirà la filosofia cinese del Tao Te Ching. È un incontro decisivo.
L'impersonalità dei suoi segni, la loro indeterminatezza, il ritmo nascono anche da qui. E soprattutto il non finito: "Sono debitore al pensiero orientale soprattutto perché è grazie a quello che ho introdotto il non finito", racconta Griffa. Le sue tele non si compiono mai del tutto: segni e campi di colore si interrompono, lasciando spazio al vuoto e al tempo che continua a scorrere.
Dalle tele del 1978 ai Campo blu del 2026, la mostra restituisce la coerenza di un percorso che non procede per rotture, ma per accumulo e ritorni. È una pittura che rinuncia a raccontare o a rappresentare, per lasciare che siano i colori, la tela e il tempo a parlare. Già nel 1972 Griffa lo diceva con una frase diventata il manifesto del suo lavoro: "Io non rappresento nulla, io dipingo".
Artista
Giorgio Griffa è nato a Torino nel 1936 dove tuttora vive e lavora. È un pittore italiano, dagli anni '60-'70 tra i principali esponenti a livello internazionale della ricerca pittorica contemporanea. Nonostante il suo lavoro sia stato associato con l’Arte Povera, la Pittura Analitica e il Minimalismo, il percorso di Griffa, pur ricco di scambi e amicizie, rimane sotto il profilo artistico per lo più solitario e non inquadrabile in una corrente specifica.
Inizia l’attività espositiva nel 1968. Collabora con Gian Enzo Sperone sino a quando egli sposta la sua galleria a Roma. In seguito, collabora con altre Gallerie tra cui Sonnabend a New York e Parigi, Martano, Salzano, Biasutti a Torino, Toselli, Ariete, Templon, Lorenzelli, Milione, Guastalla a Milano, Samangallery a Genova, Godel, Primo Piano, Malborough, E.Tre, Mara Coccia, Oddi Baglioni, Lorcan O'Neill a Roma, Casey Kaplan a New York, Xavier Hufkens a Bruxelles e Massimo De Carlo a Milano