Daily Blur
Alexis Ralaivao
MASSIMODECARLO Pièce Unique è lieta di presentare Daily Blur, la prima mostra di Alexis Ralaivao con la galleria – due nuovi dipinti che parlano di presenza e assenza, e di ciò che un’immagine può conservare di qualcosa che non c’è più.
Tutti i dipinti di Ralaivao nascono dalla sua vita e, spesso, dal caso: una fotografia scattata per tutt’altro motivo, senza alcuna intenzione di trasformarla in un dipinto. A tornare nei suoi lavori è soprattutto ciò che si trova ai margini della visibilità: una trasparenza, un riflesso, un’ombra, qualcosa che si ricorda solo in parte. I due dipinti qui esposti seguono questo stesso impulso in due tonalità diverse: una fredda e grigia, l’altra calda e intensa.
Il dipinto di grandi dimensioni racchiude già nel titolo il proprio paradosso: J’ai acheté des fleurs pour les peindre, je n’ai peint que leurs ombres – Ho comprato dei fiori per dipingerli, ho dipinto soltanto le loro ombre. Un bicchiere d’acqua e una tazzina da caffé ormai vuota poggiano su un panno bianco; sotto di loro si allarga un’ombra scura e delicata, nella quale poco a poco prendono forma i petali, uno stelo, un gambo inclinato. I fiori erano appoggiati sul tavolo dell’artista una mattina e proiettavano questa sagoma sulla superficie; Ralaivao ha scelto di conservarne l’ombra, non il fiore. "Si può intuire che ci sono dei fiori", racconta, "ma non li si vede".
Ralaivao è un autodidatta. Vive a Rennes, in Francia, ed è arrivato alla pittura attraverso uno studio profondo e indipendente della storia dell’arte. Dalla golden age olandese riprende l’attenzione paziente, quasi ossessiva, di Johannes Vermeer e Gerard ter Borch, e la loro sensibilità verso il tessuto, il vetro, il metallo e la pelle. Dall’Italia del Novecento guarda invece agli scorci ritagliati e ingranditi della quotidianità di Domenico Gnoli e, soprattutto, all’intima devozione delle nature morte di Giorgio Morandi. "Forse è stato meglio non sapere nulla", dice parlando del suo percorso da autodidatta: non tanto un rifiuto di questa tradizione, quanto la possibilità di entrarvi a modo suo, senza dover rispondere a nessuno se non al proprio sguardo.
Accanto a questo mondo grigio, il suo opposto: una tela più piccola, dai toni caldi, con una fila di perle rosse intorno a un collo scoperto. Appartiene a un’altra dimensione della sua pittura – al colore, alla vicinanza – e a una scena quotidiana: la sua compagna che prova una collana. L’inquadratura ravvicinata, focalizzata sul collo della donna, conserva tutto il calore del momento in cui è stata scattata la fotografia. Una tela parla di assenza; l’altra di presenza. Insieme, restituiscono i due poli del suo modo di guardare: il tavolo vuoto e il collo della persona amata.
E poi c’è un terzo elemento, invisibile. Sul retro di ogni tela, Ralaivao scrive a mano – in modo rapido, improvvisato – "qualunque cosa mi passi per la testa" nel giorno in cui finalmente decide di lasciare andare il dipinto. Se il fronte dell’opera si costruisce lentamente, attraverso strati pazientemente elaborati, il retro nasce tutto d’un fiato. Ha iniziato a farlo perché firmare e datare i dipinti gli sembrava "troppo formale, come se dovessi soltanto firmarli e mandarli via"; voleva "qualcosa in più, qualcosa di segreto", poche righe destinate soltanto a chi avrebbe poi vissuto con quel dipinto. Un diario, sigillato sulla parete.
Alla fine, ciò che unisce i due lavori è il desiderio di conservare. Un’ombra trattenuta là dove c’era un fiore; una sera qualunque fissata in una fila di perle rosse; alcune parole nascoste sul retro di una tela. Ogni opera è un gesto di conservazione, un tentativo di trattenere qualcosa prima che scivoli via – non la cosa in sé, ma ciò che lascia dietro di sé: una traccia, un calore, un segno. Sono le cose più piccole e fugaci, e proprio per questo, per Ralaivao, quelle che vale di più la pena trattenere.
Artista
Alexis Ralaivao è nato nel 1991 a Rennes, in Francia, dove attualmente vive e lavora.
Ralaivao realizza dipinti a olio a partire da scene della vita quotidiana: una camicia drappeggiata, una mano appoggiata, un bicchiere su un tavolo. La sua tecnica guarda alla pittura di genere olandese del XVII secolo, in particolare a Johannes Vermeer e Gerard ter Borch, e alla loro attenzione per i tessuti e la luce. Artista autodidatta, porta avanti uno studio ampio e continuo della storia della pittura, della fotografia, dell’antiquariato e della letteratura francese. I suoi primi dipinti si concentravano sulle texture degli ambienti domestici, rese attraverso tonalità tenui, quasi monocrome. Nei lavori più recenti si rivolge invece a scene legate all’abbigliamento formale, all’alta ristorazione e ai gioielli, utilizzandole per esplorare temi come il consumo e l’esclusione, con un ricorso sempre maggiore a blocchi di colore saturo e acceso. In entrambi i percorsi, costruisce la superficie del dipinto attraverso strati sottili e accurati, utilizzando la luce per rallentare l’immagine e concentrare l’attenzione dello spettatore su un singolo gesto quotidiano.
Le sue opere fanno parte delle collezioni del Nerman Museum of Contemporary Art, Stati Uniti; dell’Institute of Contemporary Art, Miami, Stati Uniti; del Musée des Beaux-Arts de Rennes, Francia; del Powerlong Museum, Cina; e dell’He Art Museum, Cina.